Tradizione

“Psicologia dello Yoga”, di Giulio Cesare Giacobbe [recensione]

La psicologia dello Yoga Giulio Cesare Giacobbe

Psicologia dello yoga – Giulio Cesare Giacobbe [recensione]

Può l’autore di libri intitolati “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita”, “Come diventare un Buddha in cinque settimane – manuale serio di autorealizzazione” e altri del genere avere scritto un’analisi seria degli Yogasutra di Patanjali, il libro fondamentale dello Yoga antico e moderno? La risposta è sì. Anche perché in realtà gli altri libri di Giulio Cesare Giacobbe hanno un contenuto serio e utile, esposto in uno stile divertente anche se a volte eccessivamente portato alla batutta fine a sé stessa.

Prima di diventare un autore di best seller divertenti e controversi come quelli citati, Giulio Cesare Giacobbe aveva scritto “La psicologia dello yoga (lettura psicologica degli Yoga Sutra di Patanjali)”, pubblicato dalla Ecig di Genova nel 1994. Si tratta di un libro universitario, scritto in gergo universitario, quindi serio e talvolta di difficile lettura. Ciononostante, si tratta di un’analisi estremamente interessante del libro fondamentale della filosofia Yoga, gli Yogasutra di Patanjali.

Il punto di Giacobbe

La tesi di fondo del saggio è che gli Yogasutra non sono né un trattato filosofico né un trattato religioso, bensì un manuale pratico di psicoterapia, per di più molto avanzato se si considera che è stato scritto circa duemila anni fa. Infatti anticipa di altrettanti anni la scoperta dell’inconscio (fatta da Sigmund Freud alla fine del 1800, per la cultura occidentale), pone le basi del training autogeno, anticipa l’autoipnosi e diverse altre scoperte della psicologia moderna.

Il libro di Giacobbe è raro o forse unico nel panorama dell’esegesi yogica, perché, sia pure con tono universitario, si assume la responsabilità di esprimere dei pareri chiari su alcuni punti potenzialmente controversi dello yoga tradizionale, ad esempio i poteri soprannaturali, le Siddhi.

Patanjali ne parla nel terzo libro degli Yogasutra, elencandone diverse, fra cui la capacità di diventare immensamente grandi, immensamente piccoli, prevedere il futuro, volare, spostarsi nel tempo e nello spazio. Le Siddhi si possono conseguire praticando yoga e, in teoria, qualsiasi yogi può conseguirle, se pratica bene. Si tratta “superpoteri” di cui da una parte bisogna guardarsi, perché non sono il fine ultimo della pratica dello yoga, e dall’altra sono il segnale che “stiamo lavorando bene”, per così dire. Alcune di queste siddhi possono essere agevolmente interpretate come trasfigurazioni poetiche o metaforiche di effetti naturali. Ad esempio, la capacità di “leggere il pensiero” può essere semplicemente la migliore comprensione della natura umana e degli altri che deriva dalla pratica dello yoga: è un effetto che molti praticanti normali verificano. Diventando più tolleranti, praticando yoga si impara a comprendere meglio gli altri. Altre siddhi richiedono interpretazioni più acrobatiche: diventare infinitamente piccoli o essere capaci di volare cosa vuol dire? Cerchiamo un’interpretazione allegorica o sorvoliamo sull’interpretazione letterale?

Mi fai uno strano effetto.

Giulio Cesare Giacobbe è probabilmente l’unico o uno dei pochi a sbilanciarsi sul tema delle siddhi. Gli altri commentatori moderni si dividono in due campi: quelli che, messi alle strette, le attribuiscono a un lontano, mitologico passato (un po’ come, una volta, si pensava che gli antichi fossero più santi, buoni e retti dei contemporanei); quelli che sorvolano, un po’ imbarazzati passando rapidamente ad altri temi.

Giacobbe invece dice chiaramente che, secondo la sua informata opinione, si tratta di fenomeni autosuggestivi, quindi soggettivamente autentici: lo yogi prova veramente la sensazione di volare, ma chi lo osserva continua a vederlo saldamente seduto a terra, in osservanza della vigente legge di gravità.

Naturalmente questo non esclude, per i più esoterici, che le parole di Patanjali sulle siddhi non possano essere prese sul serio. Anche se Giacobbe giustamente osserva, a sostegno della sua tesi, che lo stesso Patanjali specifica che i superpoteri possono essere conseguiti anche attraverso l’assunzione di droghe. Per il momento pozioni per diventare invisibili oppure onnipotenti non se ne conoscono, però è ampiamente documentato il fatto che alcune sostanze possono procurare qualsiasi genere di sensazione e allucinazione, dall’alcol alle droghe chimiche di sintesi. Come può confermare qualsiasi tossicologo, l’effetto allucinogeno delle droghe può essere estremamente vivido e realistico, ma sempre soggettivo. L’eventuale mostro a tre teste che vediamo è realistico solo nella nostra mente e nelle nostre sensazioni personali.

Da parte mia posso raccontare la mia esperienza personale. In alcune occasioni ho sperimentato almeno due siddhi: volare e sentire il mio corpo crescere smisuratamente. In entrambi i casi, posso testimoniare, si è trattato di autosuggestione. D’altra parte è comune l’esperienza, mentre si dorme, di sognare di volare, sempre con vivissimi realismo, segno evidente che il nostro sistema nervoso è in grado di indurre effetti allucinatori realistici con relativa facilità.

Possiamo aggiungere anche questa considerazione: alcune forme estreme di controllo del corpo, come rallentare o fermare il battito cardiaco, o addirittura simulare il decesso, perdono la loro luce soprannaturale se si tiene presente questo fatto: molti mammiferi di ogni dimensione sono in grado di entrare in letargo, stato di sospensione vegetativa molto simile alla morte, soprattutto in assenza di mezzi diagnostici avanzati. La temperatura del corpo si abbassa, il battito cardiaco diventa impercettibile. Può essere quindi possibile, senza bisogno di spiegazioni soprannaturali, che alcuni yogi siano in grado di attivare il meccanismo del letargo, un meccanismo che magari, in via teorica, sarebbe accessibile a tutti gli esseri umani, oppure che è accessibile, a certe condizioni, solo ad alcuni di essi, un po’ come l’orecchio assoluto, una vista particolarmente acuta o altre caratteristiche personali molto rare ma non per questo considerate soprannaturali.

Come raggiungere il Samadhi e ritorno

Un altro tema su cui Giacobbe si sbilancia è quello del samadhi.

Anche questo è un tema su cui gli altri commentatori tendono ad essere evasivi, classificando il tema fra gli eventi soprannaturali e una forma di santità interreligiosa. Giacobbe invece si sbilancia anche qui, descrivendolo come un fenomeno fisiologico di “implosione della percezione”. Durante il samadhi, secondo l’interpretazione di Giacobbe, si verifica “un vuoto mentale in cui è presente soltanto l’autoconsapevolezza dell’esistenza della percezione”. In pratica, se non percepisci null’altro che la percezione stessa, la perdita di contatto con il tempo e con lo spazio determinerebbe un’autosuggestione di onnipotenza, onnipresenza ed eternità, probabilmente con varie gradualità a seconda dell’esperienza e della pratica. Infine “l’assenza della percezione dell’IO, perenne oggetto di aggressioni presunte o reali e quindi attivatore costante dello stato di tensione, dà luogo ad una totale assenza di tensione e quindi a una percezione di beatitudine”. In altre parole, durante la pratica dello yoga, quando raggiungiamo gli stati di concentrazione più elevati, dimentichiamo totalmente i nostri problemi, e possiamo provare livelli di beatitudine (generata dall’assenza di ogni tensione) sempre più elevati, fino a un’estasi cosmica che in realtà riguarda unicamente le nostre percezioni.

Questo, nelle persone paranoiche, secondo Giacobbe potrebbe portare a una crescita sproporzionata dell’Io, che identificandosi con l’intero universo durante l’autosuggestione samadhica, confonde la sensazione di onnipotenza con una presunta onnipotenza spirituale autentica, sensazione di onnipotenza accentuata anche dalle siddhi autosuggestive. Il samadhi sarebbe quindi una forma di fuga dalla realtà, autoprocurata con la pratica dello yoga, senza l’uso di sostanze chimiche né medicinali.

Yoga, meglio di niente (secondo Giacobbe)

Le conclusioni di Giulio Cesare Giacobbe non sono totalmente lusinghiere per la pratica dello Yoga come psicoterapia. Pur riconoscendo a Patanjali alcuni interessanti primati, come l’analisi del processo psicologico-percettivo, l’individuazione dell’inconscio e del concetto di ego, cui la psicologia occidentale è arrivata un paio di millenni dopo, attribuisce allo yoga un’efficacia limitata.

Per esempio la necessità di una prudente iniziazione richiesta dall’antica tradizione, secondo Giacobbe sarebbe dovuta al fatto che le persone poco equilibrate in partenza possono accentuare i loro problemi durante la pratica dello yoga. In effetti è esperienza comune di molti insegnanti di yoga che, mentre una blanda depressione o uno stato di ansia possono essere rapidamente alleviati dalla pratica, una persona con sindrome ansiosa-depressiva diagnosticata e bisognosa di cure mediche invece deve essere avviata allo yoga con prudenza. Infatti il forte depresso e il forte ansioso, se si mettono in una stanza a praticare yoga, meditazione o pranayama senza rete e senza un adeguato periodo di avvicinamento, possono avere un immediato peggioramento dei sintomi: l’introversione dello yoga li porta ad arrovellarsi e pensare ancor di più ai loro problemi, invece di rilassarsi come fa la maggior parte delle persone. Infatti Giacobbe dice “L’iniziazione tradizionale ha precisamente questo scopo: di accertare che l’aspirante non sia un portatore cronico e irrecuperabile di tensione, cioè un nevrotico grave o uno psicotico”.

Una lettura rivoluzionaria e irriverente.

Il saggio di Giacobbe è una lettura importante per chi vuole esplorare un punto di vista diverso della tradizione yogica. Andrebbe forse rivisto nel linguaggio, almeno nell’ipotesi di una nuova edizione più divulgativa, e forse qualche sanscritologo farebbe le pulci a qualche traslitterazione dei termini sanscriti. Ma, nonostante questi modesti e opinabili difetti, andrebbe sicuramente ripubblicato e maggiormente diffuso nel mondo dello yoga internazionale, perché le osservazioni di Giulio Cesare Giacobbe sono sicuramente uno spunto di riflessione utile tanto per gli yogi “razionalisti” quanto per quelli “tradizionalisti”, alla ricerca di una nuova sintesi o di una migliore percezione del proprio punto di vista sulla fisiologia e sulla psicologia dello Yoga.

È un libro che espone concetti controversi, ma che merita di essere letto da chiunque si interessi approfonditamente di yoga e della sua filosofia. Il libro è del 1994 e purtroppo è abbastanza difficile da trovare.

Giulio Cesare Giacobbe

La psicologia dello Yoga (lettura psicologica degli Yoga Sutra di Patanjali)

Ecig Universitas

Ecig – Edizioni Culturali Internazionali Genova 1994

ISBN – 88-7545-625-9

È molto facile parlare difficile – L'Ufficio Complicazione Affari Semplici non dorme mai

Ogni tanto si sentono e leggono critiche sul modo in cui lo Yoga si diffonde in Occidente. In particolare, oltre all’eterno tema della “commercializzazione”, le critiche spesso si concentrano sul fatto che in occidente si cerca di “rendere facile” lo Yoga, banalizzandolo e affrontandolo superficialmente. Come se fosse una colpa.

In altre parole, secondo alcuni critici, in occidente talvolta si mistifica la realtà dello Yoga cercando di rendere  facile quella che in realtà è una pratica lunga, impegnativa, dai progressi lenti, che richiede una vita intera, forse anche numerose vite per chi crede nella reincarnazione, per raggiungere il suo scopo.

A mio parere, mentre si possono avere riserve nei confronti di pratiche commerciali poco etiche (ma questo vale anche nei confronti del negozio sottocasa), l’accusa di “rendere facile” lo Yoga non solo è generalmente ingiusta, ma anche mal posta e sbagliata.

Proviamo a ragionare come se lo Yoga fosse la Musica.

La Musica è un’arte complessa, articolata, dalle multiformi sfaccettature, che ha anch’essa importanti risvolti spirituali, nonché importanti interazioni fra corpo e mente. Ad esempio, nessuno dubita che per imparare a suonare la chitarra ci voglia una vita.

Però, se uno realizza il videocorso “La chitarra in 12 lezioni per principianti”, scrive il libro “Chitarra per negati” oppure insegna il giro di Do a un amico per strimpellare insieme quattro canzoni popolari, ben pochi si sognano di criticare queste iniziative come “banalizzazioni” della difficile arte della chitarra.

Non compaiono i fantasmi di Andres Segovia, per la chitarra classica, o Jimi Hendrix, per la chitarra  rock, che dicono: “Eh no, la chitarra è un’altra cosa, suonarla è difficile, ci vogliono anni per arrivarci, se suoni ‘Buonanotte Fiorellino’ non stai suonando la chitarra!”.

Talvolta, parlando dei Massimi Sistemi dello Yoga,  ci si dimentica che per imparare le cose difficili e impegnative, prima bisogna imparare le cose facili e accessibili.

Yoga e sport, gli opposti si attraggono.

Su Yoga Journal di Febbraio 2008 si parla di Yoga e sport. Nel mondo c’è chi preme perché lo Yoga diventi disciplina olimpica, e c’è chi invece manifesta il massimo distacco, nel senso che con le Olimpiadi non vorrebbe averci a che fare in nessun modo.

Secondo Rita Bertazzoni, autrice dell’articolo, Yoga e sport competitivi sono meno lontani di quel che sembra: da una parte in India, nell’ambito delle celebrazioni del Kumbha Mela, sono millenni che le diverse scuole di Yoga si sfidano in esibizioni pratiche; dall’altra (e anche io sono abbastanza d’accordo) anche lo sport ha una sua dimensione spirituale. In effetti cercando in rete qualche difesa del concetto di “Yoga Competition” si trova.

Inoltre, siccome gli opposti si attraggono, si potrebbe paradossalmente osservare che è proprio nell’ambito di gare in cui solo uno vince l’oro che tutti gli altri hanno la possibilità di esercitare quel distacco dal risultato che dovrebbe essere precondizione della pratica yogica.

Da parte mia, preferisco praticare yoga in modo non competitivo. Ma non vedo nulla di male se altri desiderano perfezionare la propria pratica in senso sportivo, al punto da voler partecipare alle Olimpiadi e a veri e propri campionati sportivi.

In ogni caso, c i sarà presto l’occasione di osservare pregi e difetti di Yoga e sport da vicino: spulciando il sito molto spartano dell’International Yoga Sport Federation, parte dell’International Yoga Federation, si scopre che esiste anche il World Yoga Championship.

Adamo ed Eva: 80.000 anni di vacanza in campeggio?

Sul numero doppio di Natale 2007 dell’Economist è apparso un interessante articolo sul passaggio dell’uomo primitivo dalla condizione di cacciatore-raccoglitore a quella di agricoltore: in pratica il lungo passaggio preistorico sintetizzato nella Bibbia dalla cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden e il successivo contenzioso fra Caino e Abele. Il lontanissimo passaggio che ha posto le premesse del nostro odierno disagio della civiltà.

Sintetizzando brevemente: l’uomo avrebbe iniziato la sua carriera come cacciatore-raccoglitore in piccole tribù egualitarie dai ruoli probabilmente differenziati per sesso: gli uomini cacciavano, le donne raccoglievano. Purtroppo, come evidenzia la lite fra Caino e Abele, ci sono importanti differenze psicologiche e culturali fra cacciatori-raccoglitori (nomadi) e agricoltori (stanziali): idealizzando e semplificando un pochino le cose, i cacciatori sono egualitari e generosi, gli agricoltori parsimoniosi e gerarchici. Il motivo è presto detto: quando hai ucciso una grossa preda, siccome difficilmente puoi mangiartela tutta e non puoi conservarla, conviene dividerla con gli amici della tribù, sperando che ricambino il favore quando andrà meglio a loro. Dopo esserti spaccato la schiena a seminare, accudire e poi raccogliere il grano, invece, sei portato a tenertelo stretto e dividerlo solo con gli immediati consanguinei, visto che è costato lungo lavoro e si può facilmente conservarlo per diversi mesi. Questo corrisponde anche alla nostra esperienza aneddotica moderna: il pescatore sportivo che torna a casa carico di pesci dopo una pesca fortunata, facilmente ne ne regala a chiunque gli sia simpatico; ben diverso l’atteggiamento del contadino verso chi si serve da solo nel frutteto e nella vigna.

La vita del cacciatore raccoglitore era quindi – in un certo senso – l’Eden dei bei tempi: piacevole vita en plein air con i compagni di branco, raccogliendo i frutti della terra senza troppo lavoro, organizzando battute di caccia di cui parlare poi intorno al fuoco, godendo oltre tutto di un’alimentazione ricca di proteine e vitamine, saporita e variata. Ben diversa la vita dei primi agricoltori: tanto lavoro noioso, molto sudore della fronte, niente turismo nomade, e una dieta ricca di calorie (il grano) ma povera di proteine e vitamine, fatto testimoniato da una minore prestanza fisica dei resti fossili degli agricoltori rispetto ai cacciatori. Ecco spiegato il braccio corto di Caino.

Ma c’è un ma: i cacciatori-raccoglitori fanno sì la bella vita in gruppi solidali ed egualitari, ma pagano la loro bella prestanza fisica con una particolare forma di selezione naturale: le diverse tribù sono in perenne guerra fra loro per disputarsi i territori di caccia, perché possono nutrire un numero molto limitato di individui. Tanta armonia all’interno, ma botte da orbi fra una tribù e l’altra: la guerra forse è stata inventata dai nomadi, secondo lo storico John Keegan.

Insomma, probabilmente, il passaggio dalla caccia all’agricoltura ha consentito un’inedita efficienza nella produzione del cibo, consentendo a un maggior numero di individui di sopravvivere in villaggi stanziali, anche se più bassetti, taccagni e con i denti cariati.

Generando così il primo seme di quel malessere da civiltà urbana che lo Yoga, dai tempi di Hrappa e Mohenjo-Daro, le antiche città della valle dell’Indo, cerca di lenire.

1893: invito alla tolleranza e al dialogo fra religioni

Saluto di Swami Vivekananda al Parlamento Mondiale delle Religioni, Chicago 1893

Questo breve e (per l’occidente) innovativo invito alla tolleranza fra le religioni fu il primo di una serie di discorsi e conferenze tenute in America e in Inghilterra da Swami Vivekananda, un monaco e filosofo indiano che, fra molte altre cose, avviò la diffusione della conoscenza dello Yoga in occidente.

Sorelle e Fratelli d’America… [questo saluto, molto diverso dall’allora più consueto “Ladies and Gentleman…”, scatenò due minuti di applausi in piedi da parte delle settemila persone presenti]

Il mio cuore si riempie di gioia indicibile in risposta al caldo e cordiale benvenuto che ci avete dato. Vi ringrazio in nome del più antico ordine di monaci del mondo; vi ringrazio nel nome della madre delle religioni; e vi ringrazio nel nome di milioni e milioni di persone Hindu di ogni classe e setta. Il mio ringraziamento anche ad alcuni degli oratori su questo palco che, riferendosi ai delegati dall’Oriente, vi hanno detto che questi uomini da lontane nazioni possono vantare l’onore di portare in nuove terre l’idea della tolleranza.

Sono orgoglioso di appartenere a una religione che ha insegnato al mondo sia la tolleranza sia l’accettazione universale. Crediamo non solo nella tolleranza universale ma accettiamo tutte le religioni come autentiche. Sono orgoglioso di appartenere a una nazione che ha dato protezione ai perseguitati e ai rifugiati di ogni religione e nazione della terra. I sono orgoglioso di dirvi che abbiamo accolto fra noi gli ultimi discendenti degli israeliti che sono giunti nell’India Meridionale e si rifugiarono fra noi nello stesso anno in cui il loro sacro tempio fu distrutto in pezzi dalla tirannia Romana.

Sono orgoglioso di appartenere alla religione che ha ospitato e protetto e ancora ospita gli ultimi superstiti della grande nazione del Zoroastrismo. Vi citerò, fratelli, alcune brevi linee di un inno che ricordo di aver ripetuto nella mia primissima infanzia, che ogni giorno viene ripetuto da milioni di esseri umani: ‘Così come i diversi fiumi hanno le loro fonti in luoghi diversi ma uniscono le loro acque nel mare, così, o Signore, i differenti sentieri su cui camminano gli uomini attraverso diverse direzioni, per quanto varie possano apparire, tortuose o diritte, tutte portano verso di Te.’

Questo congresso, che è uno dei più imponenti mai tenuti, è esso stesso una dichiarazione davanti al mondo della meravigliosa saggezza espressa nella Bhagavad-gita: ‘Chiunque venga a me, secondo qualsiasi forma, io lo raggiungo; tutti gli uomini camminano lungo sentieri che alla fine conducono a me.’

Settarismi, bigotteria e il suo orribile discenente, il fanatismo, hanno dominato troppo a lungo questa bellissima Terra. Hanno riempito il mondo di violenza, bagnandola di sangue, distruggendo civiltà e inducendo intere nazioni alla disperazione. Se non fosse per questi orribili demoni, la società degli uomini sarebbe oggi molto più avanzata. Ma il loro tempo è venuto; e io spero ferventemente che la campana che ha suonato stamattina in onore di questo congresso sia il rintocco mortale di tutti i fanatismi, delle persecuzioni con la spada e con la penna, di tutti i sentimenti non caritatevoli fra persone che stanno pian piano percorrendo la loro strada verso il medesimo obiettivo.

L’opera omnia di Vivekananda si può trovare online qui.

Lo yoga, la tecnologia e i tempi moderni

Quando Patanjali, circa duemiladuecento anni fa scrisse gli Yoga-sutra, il primo, fondamentale trattato dello yoga, raccolse in quattro brevi capitoli una tradizione orale pre-esistente.

Lo fece utilizzando una recente e controversa tecnologia: la scrittura.

La scrittura ha bisogno di un supporto: tavolette, pergamena, fogli di carta, papiro o palma; ha bisogno di un mezzo di scrittura: stilo, pennello o penna; ha bisogno di un prodotto chimico che lasci tracce: un pigmento o un inchiostro. Tutti prodotti tecnologici, costruiti o elaborati dall’uomo con procedimenti relativamente complessi, esattamente come il computer.

Nessuno di essi è un prodotto naturale, salvo forse l’inchiostro delle seppie, che comunque deve essere estratto e in qualche modo conservato, e le penne d’oca, che comunque devono essere tagliate in un certo modo.

La scrittura è un’attività tutt’altro che naturale, lo dimostra il fatto che solo la specie umana dispone di una simile forma di comunicazione e per di più, fino a due secoli fa, meno del 5% della popolazione mondiale sapeva scrivere. All’epoca di Patanjali forse solo un uomo su cento sapeva leggere e scrivere. La scrittura era l’alta tecnologia dell’epoca, ed era anche un’alta tecnologia molto costosa ed esclusiva: occorrono anni di studio per imparare a leggere e scrivere.

Questo per dire che l’atteggiamento un po’ snob di molti insegnanti e praticanti di yoga italiani nei confronti di internet e il computer è una posa o una scelta personale liberissima, ma non è e non può essere giustificata da un’implicita avversione al’innovazione tecnologica della tradizione yogica. Per due motivi:

1. Il computer, il treno, la bicicletta, il telegrafo e il telefono sono tutti ugualmente moderni, dal punto di vista di Patanjali (vissuto oltre duemila anni fa). Rifiutare Internet o il computer e usare il treno è una libera scelta, ma, se la motivazione di fondo è “anti-tecnologica”, allora per coerenza bisognerebbe rifiutare tanto il computer quanto il treno, tanto la stampante laser quanto la matita.

2. In realtà, visto nel suo contesto, Patanjali fu di fatto un innovatore che abbracciò – fra le polemiche di chi difendeva l’esclusività e la particolare sacralità della tradizione orale – la nuova tecnologia del tempo, la scrittura. Quindi è nella tradizione dello yoga l’accettazione e l’utilizzo delle nuove tecnologie, in particolare per la comunicazione, quando queste si presentano.

Infatti quando Patanjali ha trascritto la tradizione orale dello yoga negli Yoga-sutra ha fatto, né più né meno, quello che fanno oggi insegnanti, editori, associazioni e pubblicazioni varie ponendo su internet informazioni su asana e sequenze, realizzando dvd educativi e informativi, diffondendo lezioni audio su MP3 e podcast.

L’amichevole matita, lo strumento di scrittura che consideriamo fra i più naturali, una scaglia di grafite fra due pezzi di legno, è stata inventata circa quattro secoli fa ed è diventata il più economico strumento di scrittura solo grazie all’industrializzazione. Troppo moderna per i tradizionalisti, che per coerenza dovrebbero rifiutarla 🙂

Non c’è nulla di male a rifiutare o diffidare di alcune tecnologie: ma solo se lo si fa a ragion veduta, non perché sono nuove.

Saluti al sole

Su Youtube alcune interessanti esecuzioni del Saluto al Sole (Surya Namaskara):

Surya Namaskara A (versione per allievi progrediti)

Surya Namaskara B (sempre per allievi progrediti)

Surya Namaskara in una versione classica, completa di nomi delle posizioni (adatto anche per principianti).

Ricordo che esistono numerose versioni del Saluto al Sole, alcune delle quali sono molto antiche.

Il Saluto al Sole può essere praticato molto lentamente, respirando più volte in ciascuna posizione, oppure più velocemente effettuando un solo ciclo respiratorio per singolo asana. È più importante (e utile) praticarlo con regolarità cinque o sei volte tutti i giorni, piuttosto che sfiancarsi una volta alla settimana. Dopo la pratica, riposare qualche minuto in savasana, finché respirazione e battito cardiaco non tornano ai livelli normali.

Se non si è abbastanza forti o flessibili per assumere le posizioni in forma completa, occorre assumerle in modo parziale. Col tempo e la pazienza tutti migliorano. Con la fretta invece si rischia di farsi male.

Può essere scritto sia “Surya Namaskara” (pronuncia sanscrita classica) sia “Surya Namaskar” (pronuncia moderna). Entrambe le forme sono corrette.

Chi soffre di ipertensione o malattie cardiorespiratorie deve sentire il proprio medico prima di intraprendere pratiche fisiche impegnative.