Si può "brevettare" la Parola di Dio?

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Yoga. Fra storia, salute e mercato
Questo libro di Federico Squarcini e Luca Mori cerca di tracciare una genealogia dello yoga, dalle radici storiche fino all’attuale boom di mercato.

Il libro è ben documentato e molto interessante. Cerca di non dare giudizi e parte dal presupposto che non è possibile individuare uno “yoga originario” da cui poi sarebbero derivati le diverse tradizioni e gli innumerevoli tradimenti.

Due soli, piccoli difetti. Il primo è la sopravvalutazione del “fenomeno di mercato”. Dire che negli Stati Uniti nel 2006 quasi 20 milioni di persone praticavano yoga significa parlare di un fenomeno che interessa il 7% della popolazione. Ogni praticante di Yoga muove un certo giro di denaro, ma se consideriamo che questo può limitarsi a due cambi d’abito, un tappetino e circa 90 – 150 euro al trimestre di corso, si tratta di briciole rispetto a quel che richiede il semplice mantenimento di un’utilitaria o le spese mediche (anche se rimborsate da mutua o assicurazione) di una malattia cronica. Soprattutto se si considerano i vantaggi che la pratica costante può dare in termini di benessere complessivo e prevenzione di malattie.

L’altro difetto è la confusione fra copyright e brevetto, effettuata quando, proprio per documentare “la posta in gioco”, si parla del presunto tentativo di brevettare lo yoga effettuato da Bikram Choudhury. In realtà, come già spiegato in questo post, ciò che Bikram ha fatto è stato attribuirsi il copyright, praticamente attraverso la pubblicazione in forma di libro, delle specifiche sequenze da lui ideate, diffidando chiunque dall’usare la dizione “Bikram Yoga” senza la sua autorizzazione.

Il copyright è una cosa molto diversa dal brevetto, e in realtà la sua copertura ha luogo, senza particolari formalità, ogni volta che in Europa o negli Stati Uniti viene pubblicato un libro.

Ecco due casi interessanti:
1. Proprio l’editore del libro di cui stiamo parlando “Yoga. Fra storia, salute e mercato” a pagina 6 infatti scrive “© copyright 2008 Carocci Editore. Riproduzione vietata ai sensi di legge”. Vuol dire che Carocci editore ha “brevettato” lo yoga? Oppure si attribuisce l’esclusiva delle innumerevoli citazioni da testi tradizionali riportate nel libro? Ovviamente no. Semplicemente dice che, per riprodurre il libro in questione, anche a tutela dei due autori, occorre chiedergli il permesso.

2.  A pagina VI  della “Bibbia” ed. La Civiltà Cattolica Piemme, fra le altre note, leggiamo “© 1974 Conferenza Episcopale Italiana s.r.l – Roma (Testo Sacro, 2a Ediz)”. Vuol dire che la Conferenza Episcopale Italiana (oltretutto nella forma giuridica di società a responsabilità limitata) ha “brevettato” la parola di Dio? No: semplicemente che i diritti di riproduzione di questa particolare traduzione della Bibbia appartengono (fra gli altri) alla CEI srl. Il testo ebraico è ovviamente di dominio pubblico, così come le traduzioni latine, italiane o in altre lingue anteriori a settant’anni fa. Ma questa particolare edizione, a partire dal 1974 e per tutto il periodo previsto dalla legge sul diritto d’autore, è di proprietà della Conferenza Episcopale Italiana società a responsabilità limitata. E, siccome la Bibbia è il libro più venduto nel mondo e uno dei più venduti in Italia, anche questo è un bel business… Paradossi del mondo moderno.


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3 comments

  1. Interessante a questo proposito è Yoga SpA. Un documentario passato su Cult TV qualche mese fa, che riprende la questione Bikram e fa una interessante panoramica sul mondo yoga negli Stati Uniti. In tutto il documentario non è evidente la differenza tra patent e copyright … ma molto di più la gambizzazione dei piccoli centri rispetto al fatto che l’insegnamento yoga sia spesso gestito da grosse società con capacità di comunicazione mediatica più forte (spesso a scapito della qualità).

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  2. Ho sentito parlare di “Yoga SpA”. Quando un fenomeno si diffonde c’è sempre un inevitabile diminuzione della qualità media e qualche purista si lamenta sempre di presunti tradimenti. Ma il libro di Squarcini e Mori documenta abbastanza chiaramente che non è molto facile individuare un presunto “yoga originario”.

    A parte alcune eccezioni in grandi città come Los Angeles, San Francisco e New York, penso che anche negli Stati Uniti lo yoga sia destinato a durare ancora a lungo in una dimensione artigianale o semi-artigianale. L’investitore aggressivo motivato esclusivamente dal ritorno sull’investimento probabilmente sceglierà altre cose prima di finanziare una catena di centri yoga. Lo yoga non è così facile da “vendere” con profitto come le eterne promesse di dimagrimento senza sacrifici o di interventi estetici risolutivi.

    Lo Yoga ti promette di modificare in meglio la tua vita… se pratichi, prevalentemente da solo, con costanza e disciplina almeno un’ora al giorno sei giorni su sette, vivendo una vita più austera e tranquilla…

    Esattamente il contrario del modello di business per trasformare il “cliente” in un docile “dipendente” da mungere. Esattamente il contrario del modello commerciale dei produttori di integratori alimentari, dolcificanti artificiali, compagnie telefoniche, case farmaceutiche esclusiviste di farmaci miracolo e farmaci per malattie croniche, multinazionali del tabacco, produttori di cibo spazzatura, produttori di alcolici, produttori di bibite gassate e acque minerali, petrolieri e così via 🙂

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  3. …figuriamoci poi con il tai chi che si può praticare nei parchi e prevede a mala pena un kimono (e molti nemmeno lo usano) ;-D

    son perfettamente d’accordo, tanto che il documentario mi è sembrato un po’ troppo allarmista, nonostante le catene yoga in america comincino a comparire e sian parecchio aggressive (vendere l’illuminazione a volte ha successo).

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