Il delitto paga male

Spesso si pensa che illegalità e crimine siano una via facile per vivere senza lavorare o lavorando meno.

Una cosa che invece bisognerebbe dire del crimine è questa: chi delinque vive male, si ammala di più e muore prima, sia di malattia sia di morte violenta.

Contrariamente a quel che si pensa, vivere nell’illegalità comporta dei costi mentali e fisici gravi. Un rapinatore di banca, uno spacciatore di droga, un borseggiatore, rischiano continuamente la vita e incidenti anche gravi. Anche truffatori e imbroglioni (compresi capitani d’industria e finanzieri compromessi con l’illegalità) spesso non tengono presente che i risvolti negativi della loro attività comportano sensi di colpa che prima o poi faranno qualche danno a livello di salute o di propensione all’incidente.

Insomma, ciò che la filosofia orientale ha definito come legge del karma (le vite precedenti influenzano la vita attuale) probabilmente sta per essere verificata anche a livello economico e statistico.

Ad esempio, nel mondo della droga, mentre i rari capibanda possono guadagnare fino a 500.000 dollari l’anno, in pratica come un alto dirigente (ma con il concreto rischio di andare in galera e di essere ammazzati da una banda rivale, e conducendo una vita ben più stressante), i molti dettaglianti che lavorano sulla strada hanno redditi da 3,3 a 7 dollari l’ora, cioè quel che guadagnerebbero facendo le pulizie domestiche (i dati sono citati da Steven D. Levitt e Sephen J. Dubner nel loro libro “Freakonomics“), affrontando condizioni di lavoro ben peggiori e un rischio di morte violenta che su base annuale è persino statisticamente superiore a quello dei condannati a morte in prigione (leggi l’estratto del capitolo, in inglese, qui). Anche da altre fonti risulta che i capimafia spesso soffrono di malattie cardiocircolatorie in modo superiore alla media, e in molti paesi del mondo la vita media dei pregiudicati è più corta della popolazione generale, a causa degli “incidenti sul lavoro”, dello stile di vita e delle malattie psicosomatiche.

Il che conferma le intuizioni degli antichi yogi trascritte da Patanjali oltre duemila anni fa: “Il deposito latente del karman è radicato nei vizi originali, e diverrà sensibile nella vita attuale o nell’altra:” (II, 12 trad Paolo Magnone) e “la percezione costante di pensieri positivi conduce alla soppressione sistematica di pensieri negativi” (II, 33, trad da IK Taimni come riportata da Giulio Cesare Giacobbe). Insomma, pensieri e comportamenti negativi attirano guai. Per gli altri, ma anche per sé.

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3 comments

  1. ..e per fortuna che c’è una sorta di giustizia universale a riequilibrare tutte le cose. Il solo esserne coscienti fa vivere più serenamente, ci rende liberi dalla responsabilità di giudicare e punire i colpevoli!

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