Chi ha paura del brevetto cattivo?

Nella primavera scorsa ha avuto larga eco nella comunità dello yoga un articolo dello scrittore di origine indiana Suketu Mehta intitolato “Si può brevettare la saggezza?” e uscito sul New York Times il 7 maggio 2007.

Leggendo il testo riportato nella rassegna stampa della Federazione Italiana Yoga, che con grande intelligenza ha riportato sia la traduzione italiana apparsa sulla Repubblica il 10 maggio, sia il testo originale in inglese (anche se forse con una piccola violazione delle leggi sul diritto d’autore, perché in genere quando si riporta l’intero testo di un articolo occorrerebbe chiedere il permesso all’editore, riportando l’informazione “per gentile concessione di…”), ho fatto una scoperta interessante.

Mentre nel testo italiano si cita il caso di Bikram Choudhury che – secondo il traduttore italiano – avrebbe “brevettato” il suo metodo di insegnamento dello yoga, nel testo inglese non si fa cenno a questo caso.

Sembrerebbe un’interpolazione del giornalista italiano che ha tradotto e adattato il pezzo.

In realtà è una parte di testo contenuta nell’articolo originale e parzialmente rettificata sul NY Times, quindi tagliata sull’International Herald Tribune e sul testo inglese che appare sul sito della Federazione Italiana Yoga.

Nella traduzione italiana del pezzo tagliato, si aumenta la confusione già presente nell’articolo originale, utilizzando come se fossero sinonimi due termini molto diversi:

Il concetto di brevetto (patent, in inglese);

Il concetto di diritto d’autore (copyright, in inglese).

Sono due cose differenti che comportano presupposti diversi.

Il fenomeno stigmatizzato dall’autore dell’articolo in inglese — cioè il tentativo da parte di varie aziende di brevettare tecniche e ritrovati di uso comune ma sconosciute come tali all’ufficio brevetti di turno — è una vera e propria truffa. Che però non c’entra col diritto d’autore.

È come se io qualche anno fa io fossi andato all’ufficio brevetti di Timbuktu per brevettare gli spaghetti e loro, non conoscendo questa specialità italiana, ci fossero cascati, concedendomi un brevetto per “un nuovo tipo di alimento industriale costituito da fili rigidi di facile cottura, della lunghezza di circa 20 cm, di spessore uniforme” e così via. Da notare che, anche se gli spaghetti non sono brevettati da nessuno, molte delle macchine industriali con cui vengono prodotte sono regolarmente brevettate senza suscitare alcuno scandalo.

Il brevetto è una procedura legale volta a tutelare per un limitato numero di anni l’ideatore di un’invenzione tecnica o metodologica: se invento una nuova trappola per topi, in base alla legislazione nazionale e varie convenzioni firmate da quasi tutti i paesi del mondo, se questa è innovativa ho diritto a tutelarla con un brevetto e, per un limitato numero di anni, normalmente fino a un massimo di venti, ho diritto al suo sfruttamento commerciale esclusivo in un certo territorio, in genere la nazione che concede il brevetto. Scaduto il brevetto, l’invenzione diventa di pubblico dominio.

La procedura è piuttosto complessa e normalmente vale per un singolo paese o per un gruppo di paesi uniti da convenzioni. A fronte del vantaggio di esclusiva per il titolare del brevetto, ci sono vantaggi anche per la collettività: progetto e dati tecnici vengono resi pubblici, per cui colleghi e concorrenti possono studiarli per eventualmente inventare qualcosa di meglio; l’esclusiva è limitata nel tempo, per cui dopo un certo numero di anni il prodotto o il procedimento tecnico diventa di dominio pubblico e può essere utilizzato da chiunque. Un esempio è la graffettatrice, detta anche cucitrice o spillatrice, inventata nella metà del 1800, perfezionata nei primi decenni del 1900 e oggi assolutamente libera da brevetti, tant’è vero che viene prodotta da innumerevoli aziende, con meccanismi analoghi e variazioni solo nel design.

Il diritto d’autore invece è il diritto di colui che crea un’opera dell’ingegno di vedere riconosciuta la sua paternità nonché l’eventuale diritto esclusivo di decidere in merito alla sua riproduzione, anche a fini non commerciali. In altre parole, se scrivo una canzone, bella o brutta che sia, ho il diritto inalienabile di attribuirmene la paternità e ho il diritto, con alcuni limiti che variano di paese in paese, di decidere se e come sfruttarla commercialmente. E questo vale anche se, come succede nel 99% dei casi, tutte le parole presenti nella canzone sono parole di uso comune, e le note della melodia sono sempre le solite sette note. Altre due importanti differenze con la disciplina dei brevetti: il diritto d’autore non comporta particolari formalità (basta dimostrare di essere l’autore di una certa opera, cosa che nella maggior parte dei casi è pacifica e non comporta particolari dispute) e la durata della protezione esclusiva, per vari motivi, è molto più lunga di quella offerta dal brevetto industriale.

Il caso di Bikram Choudhury ricade totalmente nell’ambito del diritto d’autore e con i brevetti c’entra come il pranayama con la respirazione bocca a bocca.

Bikram (con il quale io non ho alcun legame e non ho mai praticato il suo metodo, anche se da quel che ho letto mi sembra interessante) non ha mai brevettato il suo metodo, né ha brevettato alcuna posizione yoga, né afferma di averle inventate. Secondo quanto appare sul suo sito e secondo un articolo apparso su Yoga Journal Magazine nel dicembre 2003, l’esclusiva che lui si attribuisce è l’ideazione delle particolari sequenze della sua pratica, in particolare quella per principianti costituita da 26 posizioni, e il fatto di chiamarlo “Bikram Yoga” e “Hot Bikram Yoga“, anche se Bikram nell’intervista riportata da Yoga Journal ammette che non esiste un “Bikram Yoga” ma il “Metodo Bikram”. In altre parole lui dice: fate lo yoga che vi pare, ma se insegnate la mia sequenza in una stanza surriscaldata e la chiamate “Bikram Yoga”, dovete farlo secondo le mie specifiche, apprendendone l’insegnamento nella mia scuola, e pagandomi delle royalty per utilizzare il mio nome e marchio.

Cosa che, direttamente o indirettamente, con maggiore o minore aggressività, fanno anche le varie associazioni collegate a BKS Iyengar, Swami Satyananda Saraswati, Kundalini Yoga e via discorrendo. BKS Iyengar e le associazioni che lo rappresentano, non permettono a un insegnante di qualificarsi come insegnante del Metodo Iyengar se non ha frequentato le scuole autorizzate da Iyengar stesso (il che, visto che le scuole non sono gratuite, è un modo indiretto per riscuotere royalty), richiedendo inoltre un tassativo e molto serio programma di aggiornamento per continuare a mantenere la qualifica. Le edizioni Satyananda Ashram Italia si preoccupano di apporre la “R” di marchio registrato ogni volta che scrivono Yoga Nidra®, chiarendo quindi la paternità del nome e del metodo, anche se esso trae origine da tecniche tradizionali, come peraltro traggono origine da tecniche tradizionali la Meditazione Trascendentale ideata da Maharishi Mahesh Yogi e il training autogeno.

Paradossalmente i due stili di Yoga che sono meno tutelati “commercialmente” sono quelli che in Italia vengono considerati i più commerciali: il Power Yoga, ideato o formalizzato forse da Beryl Bender Birch (autrice del primo libro intitolato “Power Yoga”, uscito nel 1991), e l’Ashtanga Yoga, ideato e reso popolare da KS Pattabhi Jois, un allievo diretto di Krisnamacharya. Forse proprio per quello sono i due stili più diffusi e popolari al di fuori della comunità dello Yoga: anche per il fatto di essere molto dinamici, sono i più praticati nelle palestre, e sono quelli meno amati nei centri yoga tradizionalisti.

Un altro caso di assenza di tutela commerciale che ha prodotto una certa confusione è quello del Pilates, una disciplina fisica che ha qualche affinità superficiale con lo yoga. Pur essendo stata ideata e codificata dal tedesco Joseph Pilates ai primi del 1900, il fatto che Pilates non avesse né tutelato il marchio né brevettato le macchine di sua invenzione ha dato in seguito la stura a innumerevoli stili di Pilates, con e senza macchine, a corpo libero o con attrezzi, portando anche a commistioni fra Yoga e Pilates che, in alcune palestre, vengono considerate attività intercambiabili.

Si può brevettare la saggezza?” articolo apparso sul New York Times e su La Repubblica, come riportato sul sito della Federazione Italiana Yoga.

Lo stesso articolo sul sito della Yani.

Lo stesso articolo come appare nel sito dell’International Herald Tribune.

L’articolo originale, sul sito del NY Times. Contiene tre righe relative a Bikram Yoga (quelle tradotte in modo ambiguo da Repubblica), e una rettifica da parte dello United States Patent and Trademarks Office, il quale puntualizza che si occupa di brevetti (patent) e non di registrazioni del diritto d’autore (copyright).

Annunci

4 comments

  1. sono molto felice di questo accurato resoconto di Gianni sulla questione brevetti e copyright! c’è sempre molta confusione e la chiusura volendo l’esclusivo di certe scuole e tradizioni sono secondo me in contrasto con la yoga che dovrebbe creare elasticità sia nella mente che nel corpo. perchè il condividere crea tanti problemi? basta citare le fonti, dove hai preso l’informazione ecc. spessissimo chi insegna power yoga non sa nemmeno che esiste la signora beryl bender birch, un vero peccato. mi ricordo ancora quando per la prima volta ho visto yoga nidra con il trademark, mi era sembrato un vero passo indietro per lo yoga, l’avevo visto sulla rivista dello Yani e quando ho chiesto informazioni mi hanno detto che la persona intervistata senza che si mettesse il trademark dietro yoga nidra non accettava la pubblicazione sulla rivista dell’intervista. grazie Gianni del tuo bel articolo, alexandra

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...