Audiovisivi? No grazie.

Ripensandoci, una cosa che mi colpisce del mondo dello Yoga italiano è che, apparentemente, nessuno sente il bisogno di utilizzare supporti audiovisivi. Far vedere immagini, filmati, schemi, elenchi di termini, figure stilizzate, è alieno dalla cultura delle attuali generazioni di insegnanti di Yoga, anche nel caso di corsi e seminari dedicati agli insegnanti. Anche proseguire il discorso via Internet è abbastanza infrequente, così come mantenere il dialogo avviato con la didattica attraverso blog, forum, e corrispondenza e-mail in forma strutturata (mailing list e newsletter).

Il fatto che la comprensione didattica migliori se le informazioni vengono trasferite utilizzando più canali sensoriali sembra lontano dall’attuale modo di lavorare dei docenti del mondo dello Yoga. In altre parole, se nomino una cosa e la faccio vedere, il ricordo migliora. Tutti gli insegnanti che ho avuto modo di vedere utilizzano esclusivamente la comunicazione verbale, arrivando al massimo a scrivere o disegnare qualcosa sulla lavagna, quando ce n’è una.

Un caso emblematico è rappresentato, a mio parere, dalla conferenza conclusiva del Convegno degli insegnanti Yani tenuto a Salice Terme a fine settembre. Il convegno è stato molto interessante e si è concluso con una conferenza, altrettanto interessante, del professor Giuliano Boccali, dell’Università degli Studi di Milano, sul tema “La figura del guru nella tradizione indiana”.

Il professor Boccali è un relatore affascinante, dal linguaggio chiaro, molto preciso nelle citazioni testuali e bibliografiche, nonché spiritoso e facile all’osservazione divertente, strappando frequenti risate ed applausi.

Ha anche citato frequenti termini in Sanscrito, e nomi di autori o personaggi della tradizione indiana.

Quel che mi ha colpito è che, nonostante l’attenzione puntigliosa che gli studiosi di Sanscrito dedicano al problema della trascrizione dei termini nell’alfabeto latino, apparentemente nessuno ha sentito il bisogno di preparare una serie di diapositive con i termini rilevanti, in modo che l’uditorio potesse prendere appunti in modo corretto, oltre a qualche foto o illustrazione che potesse sia chiarire i concetti, sia ampliare l’esperienza della platea (descrivere un tempio a parole è generalmente meno efficace che descriverlo e far vedere alcune foto).

Ad esempio, la citata Chandogya Upanishad (dove appare per la prima volta la parola Guru), si scrive all’inglese con l'”sh”, oppure così: Chandogya Upanisad? Oppure va bene tutto, compreso ciandoghia upanisciad, l’importante è capirsi?

Al di là di quest’unico, piccolo difetto in una conferenza interessantissima, in nessun altro evento del convegno ho visto strumenti audiovisivi, a parte l’impianto microfonico, il film “Water” proiettato sabato sera e la “navigazione guidata” del sito web della Yani. L’interessantissima presentazione e discussione del codice deontologico degli insegnanti di Yoga, moderata da Stefano Castelli, ad esempio, avrebbe tratto vantaggio dalla proiezione degli articoli del codice. Oppure, meno audiovisivamente, dalla distribuzione del testo ai partecipanti, in modo che potessero prendere appunti e fare osservazioni sul testo invece che citando a memoria.

Naturalmente, la mia visione del mondo dello Yoga italiano è parziale, può essere che non conosca altre realtà molto più moderne dal punto di vista audiovisivo. Fra l’altro non intendo dire che importanti docenti universitari o grandi insegnanti di Yoga non abbiano mai visto una presentazione con Powerpoint, Keynote, OpenOffice Impress o non sappiano usare questi strumenti. Mi sembra però di intravvedere talvolta una manifestazione dell’atavica diffidenza italiana per l’innovazione tecnica che ho visto spesso anche in altri campi.

Le mie osservazioni possono essere criticate utilizzando l’argomento che lo Yoga è una disciplina molto tradizionale, e le innovazioni potrebbero andare contro il suo spirito. Posso obiettare con due contro-argomenti:

1. Per una disciplina che ha due millenni e passa, andare in treno e usare il videoproiettore sono ugualmente moderni: anche il treno è un’innovazione recente, dal punto di vista sia di Patanjali sia degli anonimi estensori della Siva Samhita, dell’Hatha Yoga Pradipika, della Gheranda Samhita.

2. Anche la scrittura, a suo tempo, fu un’innovazione tecnologica molto criticata, uno strumento di lusso riservato all’1% della popolazione mondiale o meno. Chissà quante ne hanno dette a Patanjali, per aver trascritto nero su bianco gli Yoga-sutra, invece di affidarli alla tradizione orale, che andava così bene.

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One comment

  1. Ho aspettato un momento per poter leggere e scrivere con calma un commento, perchè è effettivamente una cosa molto curiosa, quella che dici.

    Comunque non ti devi stupire, al poli abbiamo ancora professori che utilizzano le diapositive e il video proiettore con i lucidi. E li usano, cosa piuttosto paradossale, per spiegarci le innovazioni tecnologiche nell’architettura.

    Altri odiano pure il microfono peccato che non hanno una voce stentorea e si fa fatica a sentire già dalla terza fila.

    Comunque se noti in italia c’è una schizofrenia generale in molti settori partendo dal più banale rapporto con il sesso. Avversione ed uso spropositato della tecnologia… e compagnia bella.

    ma tu cosa proponi di fare?

    Mi piace

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